Dal bollettino della comunità parrocchiale di Talamona

Presentazione

Don Vincenzo Passamonti
Don Vincenzo con il papà

Ricordare don Vincenzo, a cinquant’an­ni dalla morte, significa richiamare alla memoria un santo prete che ha passato 45 anni  del suo ministero, come cano­nico, a Talamona, a coloro che, in gran parte sù d’età, diciamo dai 65no e oltre, lo ricordano per averlo conosciuto perso­nalmente e averlo non solo apprezzato, ma amato. Ricordarlo quindi è un dovere di riconoscenza per tutto quello che ha fatto. É questo che mi accingo a fare, sperando di essere all’altezza del compito, ma certo di dimenticare tanti avvenimenti di cui è stato protagonista e tante persone che gli sono state vicine. Un secondo scopo, che mi prefiggo, è quello di far conoscere la sua figura e la sua opera a coloro che non l’hanno co­nosciuto, ma che sicuramente ne hanno sentito parlare spesso da nonni, genitori, zii e parenti vari, che sono vissuti, duran­te il periodo delle suo ministero talamo­nese. La figura di don Vincenzo, a mio parere, per essere conosciuta e capita nel miglio­re dei modi, non può essere descritta a sé, ma va inquadrata nel suo periodo e raccontata nelle espressioni della sua vita e nel rapporto con le persone che a vario titolo gli sono stati vicine, con lui hanno collaborato, gli sono state ami­che, hanno passato momenti lieti e tristi con lui. Qualcuno potrà dire: “Certo, ma tutte le persone che non sono più con noi,vanno ricordate nel contesto temporale e socia­le in cui sono vissute, altrimenti si rischia di snaturare il loro ricordo e di renderlo fittizio o di maniera”. Ecco allora che è necessario, per rendere più viva la sua memoria, ricordare anche l’ambiente fisico e quello umano del periodo.

Nato a Bema in Val Gerola, ha partecipa­ to alla grande guerra come combattente in Albania, dove ha contratto una grave malattia che lo ha portato in fin di vita. É da ricordare che i Patti Lateranensi tra lo Stato Italiano e la Santa Sede, che esoneravano il clero dal servizio militare, sono stati stipulati solo nel 1929. Prima di allora l’obbligo della leva era genera­le, per tutti i cittadini italiani, senza di­stinzioni. Rimpatriato, e giudicato in grave perico­lo di vita, fu ordinato sacerdote “in arti­culo mortis”, a Como, il 6 Febbraio 1921. Si vede che non era ancora giunta la sua ora, perchè, dopo assidue cure, guarì e nel 1923, per intervento di Don Giuseppe Vitalini,che era stato suo parroco a Bema e allora era canonico a Talamona, venne insediato come canonico nella nostra parrocchia, dove svolse il suo ministero per 45 anni fino alla sua morte. Anche se troveremo questi dati in altri scritti, mi permetto di richiamarli qui.

Alto, magro, col cappello da prete, il tri­corno nero, sempre in testa, come si usa­va allora, portava sempre la veste talare nera e, in inverno, un grande mantello che si avvolgeva attorno alle spalle. Si in­contrava per le strade del paese che cam­minava con il suo lungo passo caratteri­stico da montanaro, spesso a testa bassa, concentrato nei suoi pensieri e spesso nella preghiera. Ma non era solo un uomo di preghiera, era soprattutto un uomo di azione e le sue azioni,e le sue attività, erano sempre volte al bene del prossimo, soprattutto dei più bisognosi. A questo punto, però, devo specificare che i miei ricordi risal­gono solo al periodo che va dal dopoguerra in poi, cioè dal 1945, fino al 1960, cioè gli anni della mia gioventù. Di que­sto periodo con don Vincenzo a Talamo­na e a San Giorgio, cioè dei luoghi dove ha vissuto, e delle opere che ha lasciato ho già scritto anche sul Bollettino parrocchiale e molte testimonianze, molto più dettagliate e complete della mia, sono riportate in questa pubblicazione. Sareb­be quindi ripetitivo scriverne ancora.

Brevemente vorrei dunque accennare alle persone che gli sono state vicino, che gli sono state amiche e che con lui hanno collaborato a vario titolo, anche con il solito rischio che si corre sempre di dimenticarne qualcuna. A San Giorgio l’Agnesin (Agnese Zuccal­li) che aveva la casa appena al di là de l’uuo, quella specie di ripido canale, lastricato con grandi piastre di sasso, che serviva per portare a valle la legna e il legname. Era lei che curava la chiesa e faceva da sacrista, pronta quando don Vincenzo chiamava.In una baita posta sul sentiero che portava dalla chiesa alla casa di don Vincenzo, all’Eremo, come è stato chiamato, sem­pre d’estate, abitava il Cirillo Zuccalli, che lasciava la sua bottega di falegna­me in paese per un periodo di riposo. La sua compagnia per don Vincenzo, come quella di don Vincenzo per lui, rappre­sentava momenti di  conversazione, di riflessione e nello stesso tempo di riposo della mente e del corpo. Cirillo era una persona colta che avendo fatto alcuni anni di studio in seminario,  si teneva aggiornato, leggendo molto e quindi i dialoghi con Don Vincenzo erano, per tutti e due, dei momenti importanti. Ci­rillo poi faceva anche il catechista nel pe­riodo invernale e fungeva da assistente ai ragazzi nella loro messa la così detta “Meso Vangeli”, perchè non si distraes­sero e seguissero la celebrazione e la pre­dica. Attività non facile con quegli scape­strati irrequieti. La sua pazienza riusciva a tenere un certo ordine.

Altri  amici  gli erano  vicini nella cantoria e quando con i Confratelli del SS. Sacra­mento, nell’ Oratorio di San Giuseppe, accanto alla chiesa parrocchiale, canta­vano  gli uffici dei  morti. Ricordo la “squadra” sempre presente dietro l’altare, attorno all’organo suo­nato da Don Vincenzo: Colombini Antonio (Tunin), Barri Erminio (Pusèe bel del munt), Luzzi Giuseppe (Milo), Giovanni Mazzoni, Cesare Mazzoni (Beduio), Car­lo Mazzoni (Carlucin), Giovanni Volontè, Giovanni Cerri e Pietro Cerri (Fabricun), Teopisto Marioli e altri. Sempre presen­ti alla Messa Cantata della domenica (la Meso grando) e ai vespri (ul vespul) nonché nelle processioni, e ai funerali. I canti e i salmi e gli ufizzi dei morti erano tutti cantati in latino e ovviamente qual­che storpiatura non poteva mancare in persone devote che però non avevano fatto i liceo. A volte c’erano tutti, a volte solo qualcuno secondo gli impegni. Sicu­ramente ho dimenticato qualcuno, ma li lascio ricordare al lettore che ha vissuto quei momenti  Altri amici che gli erano vicini, e all’oc­correnza lo sostenevano nelle sue opere di misericordia, erano il Gottardo Pasina, Giuseppe Spini (Zepìn). 

Un amico particolare era Giuseppe Pa­sina, detto Pulùn, che faceva il capraio, aveva una bella barba e abitava in una casa, che è forse meglio chiamare baita, appena sotto la chiesetta di San Grego­rio. Amava la solitudine come don Vin­cenzo e, come lui, godeva del contatto diretto con la natura. Non per niente vi­veva in mezzo ai castagneti ai pedi della montagna. Don Vincenzo, quando saliva a San Gior­gio, passava di li e si fermava a “cunta­lo su ‘n mument”  e a berne un calice, davanti al camino, che allora faceva le funzioni del fornello a gas e anche della stufa in inverno. Spesso si trovavano an­che in paese.Dopo tanti anni a Talamona Don Vincen­zo conosceva tutti, era amico di tutti, ed era conosciuto da tutti, soprattutto, e non c’è bisogno di ripeterlo, era attento alle necessità dei più bisognosi.Un altro dovere che adempiva tutti gli anni era il discorso-orazione per il ricor­do dei caduti il 4 Novembre, davanti al monumento che allora era nel cortile delle scuole elementari. I caduti lui li ave­va visti realmente e non solo scritti sulla lapide, poiché aveva partecipato come combattente alla Grande Guerra.

Lo ri­cordo molto bene perchè, suonando nel­la Banda musicale,ed essendo nella pri­ma fila dei clarinetti, ero sempre vicino a lui. Ricordo anche che erano giornate molto fredde,ma lui non mancava mai. Ecco, dopo cinquant’anni dalla morte lo ricordiamo ancora. Allora si pone doverosamente, anzi mi pongo, una piccola riflessione. Quante sono le persone che dopo cinquant’anni vengono ricordate da una comunità come la nostra, con una apposita pub­blicazione e con una speciale cerimonia religiosa? Poche, pochissime. Di solito è un avvenimento quello che si ricorda,più raramente una persona..

Questo significa che quella persona, don Vincenzo cioè, nella nostra comunità ha lasciato un ricordo indelebile. Gli episodi della sua vita sono tanti e vengono tra­mandati da chi l’ha conosciuto a chi è più giovane, perchè sono riferiti a chi per noi, è come se ci avesse appena lasciato, ma soprattutto,a chi sentiamo ancora in mezzo a noi. Avvertiamo ancora la sua presenza ogni volta che parliamo dei luoghi dove ha vissuto e delle persone che lo hanno conosciuto e amato.

 

Guido Combi

 

Don Vincenzo Passamonti un prete tutto di un pezzo

Il ricordo che segue, di Giuliano Luzzi, potrebbe essere titolato Il motorino” o Lav­ventura del motorino” . Giuliano, infatti, è stato l‘istruttore di scuola guida, quando don Vincenzo voleva prendere il mezzo motorizzato per andare almeno fino a San Gregorio, per non fare tutta la strada dalla piazza a San Giorgio a piedi. Nell’avvetura, entra anche la figura del simpatico Learco Guerra che tutti ricordano. Probabil­mente Don Vincenzo incominciava a sentire l’età che avanzava. Questo è l’‘episodio più curioso riportato, ma Giuliano racconta anche altri aspetti della personalità di don Vincenzo.

Veniva da Bema, era un prete tutto di un pezzo, alto poco meno di due me­tri, dal volto magro e scarno di un sof­ferente; i talamonesi  un po’ maturi se lo ricorderanno. Egli ha passato buona parte della sua vita in questa parroc­chia. Dopo aver partecipato da chierico alla prima Guerra Mondiale, dove aveva contratto la malaria in modo tanto gra­ve da far pensare ai suoi famigliari che era giunta l’ora dell’ultimo saluto. Ma il montanaro di dura scorza, come il «Don Vincenzo”, dopo l’ordinazione sacerdo­tale, ha tenuto duro e avrà pensato che aveva ancora tante cose da fare; dopo una lunga convalescenza, i suoi superiori hanno pensato di mandarlo a Talamona come canonico.Dopo aver visionato la si­tuazione dei Talamonesi,vista la povertà in cui vivevano tante famiglie, cominciò a darsi da fare per levare tanta gente dall’indigenza. Data la sua malattia rice­veva una congrua pensione, che poi usa­va a fin di bene, sollecitando poi i ricchi ad essere più generosi, sotto la pressione di una condanna agli inferi. Integralista cattolico, con l’unico scopo di portare le anime in Paradiso, il corpo poteva anche soffrire; per prima era l’anima da salvare. Lui stesso viveva una vita sobria, al limite dell’ascetismo, e portava la veste piena di rammendi, nella sua mensa, da quan­do io mi ricordo, c’era sempre presente un paiolo con della minestra, che la voce del popolo sosteneva che gli bastasse per una settimana. Dal pulpito tuonava­no fulmini e saette, per portare la gente al timore di Dio. Il confessionale vibrava se i peccati dei penitenti superavano un certo livello.

Le coppie sposate dovevano unirsi solo per procreare, e se qualcuna gli diceva di non farcela, consigliava di mettere un’asse in mezzo al letto,per di­videre i corpi così da non indursi in ten­tazione.

Don Vincenzo a Bema in una prima messa

La gente viveva queste cose con un po’ di paura, ma ciò veniva attutito dalla grande generosità e coerenza di questo prete che viveva in modo esem­plare la carità cristiana. In chiesa, dove viveva parte del suo tempo, si sentiva pregare ad una distanza di 50 metri, con alti e bassi del grado di concentrazione e delle volte aveva degli scossoni che lo fa­cevano vibrare. L’arciprete Carlo Triaca, uomo precisino, era preoccupato perché Don Vincenzo, immerso nella preghie­ra non sempre rispettava gli orari delle Messe. Quando era collegato con il Crea­tore era difficile distrarlo.Questo creava un po’ di tensione. Don Vincenzo dedicava tanto tempo ai vec­chi della casa di riposo, molti dei quali vivevano della sua carità e della genero­sità dei talamonesi. La mensa era ricca di teste di mucca e di maiale, tanto osso e poca carne. Delle volte noi bambini aiutavamo la cuoca, che faceva anche da organizzatrice e spesso portava i gene­ri alimentari da Morbegno a Talamona. 

Un giorno vidi don Vincenzo uscire dalla porta della cucina della casa di riposo, di corsa con le mani sulla testa, brontolan­do, rincorso dalla cuoca Mariangela, che lo percuoteva sulla testa. Si è poi sapu­to che la causa della «battaglia» era che don Vincenzo insisteva con la cuoca di fare più economia. La Mariangela, bra­va donna della mia famiglia, anche lei una dura, abituata a tirare la carretta, dopo questo fatto, torturata dalla pro­pria coscienza, ha dovuto correre dall’ Arciprete a confessare la grave colpa, per aver  accompagnato  il mestolone a cozzare sulla testa del don Vincenzo. In estate viveva nel suo paradiso di San Giorgio. Lì poteva  era arciprete, coadiu­tore e sagrestano,tutto era in mano sua e la gente nei maggenghi poteva vivere la vita di parrocchia. li campo di bocce fuori da casa sua era ben frequentato e la gente sapeva che vincere contro don Vincenzo, voleva dire perdere il suo sa­luto per un bel po’ di tempo (anche i Santi hanno le loro debolezze). Oltre al lavoro che svolgeva a Talamona, aveva preso l’incarico di essere il confessore delle suore dell’orfanotrofio di Ardenno . Una volta alla settimana si recava con la sua scassata bicicletta a compiere il suo dovere. Vedendosi, durante il percorso, superare da tanti motorini, un bel gior­no dopo aver pregato se era cosa buona e dopo averne avuto conferma, si decise di comprarne uno. Qua entro in scena in prima persona . Io lavoravo nell’officina di Learco Guerra come apprendista. Un giorno,mi sono visto un’ombra scura che si avvicinava all’officina, era don Vincen­zo che veniva a fare il suo grande affare, con il mandato «dall’alto». In quel tem­po c’erano più motorini che macchine. Dopo avere spiegato le sue intenzioni a Learco, mi è stato dato l’incarico di far­gli la scuola guida. Dopo aver scelto un motorino che sembrava adatto a lui, gli ho spiegato le funzioni delle leve.

Don Vincenzo si sentiva già un pilota di for­mula uno. Preso possesso del motorino, godendo per il rumore del tutto gas, si avventò contro una fila di moto facen­dole cadere come dei birilli uno sopra l’altro e, lui e il suo motorino, dopo lo slancio, si trovarono stesi sopra questo macello. Io tremavo dallo spavento, ma don Vincenzo del quale conosciamo già l’ardire, dopo un attimo di smarrimento e toltosi con fatica dal groviglio di moto, trovò subito il modo per scusarsi per l’ac­caduto. Disse che nessuno nasce maestro e che sono cose che possono capitare. Con Learco, decidemmo di fare la scuola guida nel campo sportivo dell’oratorio. Il giorno dopo, come da appuntamento, ho trovato don Vincenzo ad attendermi davanti al campo: era tutto «gasato» e dopo ulteriori spiegazioni, è cominciata un’altra avventura.Don Vincenzo godeva a girare in tondo a tutto gas, ma poiché non era capace di cambiare marcia, la velocità era modera­ta. Sentendosi oramai un pilota provetto mi chiese di andare sulla strada comu­nale. Anche se ero preoccupato, non ho osato contraddirlo e così abbiamo im­boccato la strada del cimitero, verso Ser­terio. io lo seguivo correndo, dicendogli di togliere acceleratore e cambiare mar­cia, una manovra che ha fatto perfetta­mente, ma l’acceleratore era sempre al massimo: il motore urlava, il respiro del maestro di guida stava perdendo colpi, Don Vincenzo penso sorridesse a pieno viso, sentendosi libero e solo con il suo sogno: io come responsabile dell’evento, col cuore in gola, sentivo l’urlo del mo­tore allontanarsi sempre più.

Tutto d’un tratto un silenzio di tomba … brividi fred­di mi percorsero il corpo, a fatica, cercai di aumentare l’andatura, un presagio mi tormentava il cervello.Giunto nei pressi del torrente Roncaiola, ancora niente, solo un lieve fruscio proveniente dal  letto del torrente,  che si trovava a circa tre metri sotto l’altez­za della carreggiata. Guardando in bas­so alla ricerca di segni del passaggio del don Vincenzo, intravidi l’unica cosa che si muoveva, la ruota del motorino, che ad ogni giro, sempre più lento,sbatteva coi raggi contro un pezzo di ramo, tra­endone una specie di musica. Distante qualche metro un mucchio di stracci co­minciava a muoversi: era la vecchia veste del don, che aveva subito ulteriori dan­ni oltre agli evidenti rattoppi provocati dal filo che non era sempre dello stesso colore. Dopo aver saltato il dirupo e ac­certato che, nonostante le tante ammac­cature, il don era ancora intero, dalla bocca mi uscì un “grazie a Dio”; don Vin­cenzo dopo avere imprecato col suo ti­pico «perdirindindina”, sentendo la mia espressione di sollievo, si inginocchiò so­pra un grosso sasso, domandando a Dio di perdonarlo, perché aveva peccato di vanità e superbia e per questo era stato giustamente castigato. Quando prega­va, don Vincenzo, entrava in una spe­cie di trance. Niente lo distraeva. Dopo qualche anno, mentre faceva il solito tragitto Talamona- Ardenno in sella alla solita scassata bicicletta, fu investito da un’auto e quell’incidente gli sarà fatale. Durante il periodo di inattività forzata non è che pensasse a sé, ma alle tante cose che doveva fare ancora per i poveri.

Ciao Don Vincenzo, chi ti ha conosciuto non ti può dimenticare. lo poi che ho preso qualche sberla (ma tu lo facevi per il bene dell’anima) e ti ho fatto da chierichetto,non ti dimenticherò .

 

Giuliano ricorda don Vincenzo anche con due simpatiche poesie in dialetto, il quale, di per sé, non è sempre facile, né da scrivere da leggere, anche perchè non ci sono regole precise. Il quadretto che Giuliano sa delineare è fresco, se pensiamo che siamo a cinquant’anni dalla morte. Forse qualcuno ricorderà che anche Don Vincenzo scrive­va poesie scherzose in dialetto. Le leggeva, o meglio, le declamava, in occasione delle recite teatrali che presentavamo negli anni dopo la guerra, nel salone dell’oratorio, prima della farsa finale. Ricordo anche che le compagnie teatrali erano due: quella dei “giovani” e quella dei “vecchi”. Chissà se esistono ancora i manoscritti e se qual­cuno sa dove si trovano. Penso di non sbagliare dicendo che le due composizioni di Giuliano rispecchiano l’a­more di Talamùn per il prete che ha lasciato un solco indelebile nella storia della nostra comunità. Leggiamo con attenzione queste spontanee composizioni poetiche, che ci raccontano la figura di don Vincenzo.

UI nos dun Vincens

Ghera na volta ul nos dun Vincens

che dal pulpet el pred icava de zizzania e serment

per pudè po’ brusà quel che l ‘era cuntra la santa eternità.

Quant el pregava cun la sua grant devuziun el sentiva gnaa el frani e i trunn

che a Sant Giorsc el trunava e budunava dal bun.

Lì tut l’istaa luu el pasava, cun la sua gent, l’era cumè la sua cuntrada

ma se el perdiva una partida,

l ‘era bun da schivat se el te vediva. Ma tuta la gent glia rispetava,

e luu, tanci el ne aiutava

specialment a chi la scena la ghe mancava.

Uiu, si che el seguiva la direziun

de quel che el legiva su ul libru degl’uraziun ul so carater da bruntulun,

el fava discut la pupulaziun ma a la fin tucc ei capiva,

che glia fava per insegnà la retta via quela un puu strencia, tuta incurvada,

che a la fin la sarà illuminad a e asfaltada

la rivarà a quel bel purtun, che el se abrirà, el disiva, per chi che a dic su bee gli uraziun,

e i otri, ei speciarà, fin che ei sarà net da pudè entra, in duè che ghè sarà pciu da trebulà.

 

Regurdemul

Per regurdas dul nos Dun Vincens

se d’avè pasaa bel e bee de temp

e chi che ei ghe naa pusee da cuntà,

ei sarà lurr bravi a spiegà

lera grant e magro, sempri vestìi de nigru,

cun la vesta, lunga, l isa e ramendada

gli unech culur che ei se nutava ,

gl,era i ratop de la sua sutana

daa de luntaa su glià vediva,

perché u l capèl sempri el purtava

l’era un capel cun una furma strana,

cumè la goba de la befana

quant l’andava dent in del cà,

tuta la gent la se dava da fà

per preparach la culaziun,

perché a sua cà el mangiava puch dal bun

mi me regordi de quela femneta,

che la minestra la ghe preparava

in quel parol cun tanta brudaia,

nà setimana la ghe bastava

nun Talamun naa da regurdal,

perché ul senter nu gliaa indicaa

daa se del volti per fan ul capì,

l’usava dul pùlpet quasi tue i dì.

 

Un pastore profeta per l’oggi?

Non ho avuto una conoscenza diretta. Quello che ho colto di don Vincenzo, proviene da  memorie  scritte nel tem­po e da testimonianze e racconti della comunità. Le foto che lo riguardano ci presentano una figura esile, un asceta, un fisico piut­tosto sofferente, quasi evanescente a far trasparire lo spirito di Dio che abitava in lui più che se stesso, ma anche “un fascio di nervi” che esprimeva la forza, la po­tenza di Dio e del suo messaggio.

  • Pur essendo scontroso, conosceva la gente perché viveva in mezzo ad essa anche in modo semplice (come il gio­care alla bocce) e sapeva cogliere le loro difficoltà e i loro bisogni più veri

… Papa Francesco direbbe: un pastore che ha addosso “l’odore delle pecore” .

  • La sua sensibilità umana lo portava a mettere al centro i più poveri, sia a livello economico che sociale: per que­sto sapeva essere provvidenza “e farsi tutto a tutti” (s. Paolo): ai singoli, alle famiglie …di notte e in modo anoni­mo. Con i suoi mezzi e la sua personali­tà promuoveva istituzioni per i più ab­bandonati e per i più deboli (l’Asilo e il “Ricovero” soprattutto per i poveri).
  • Aperto a tutti, una carità senza confini, perché ogni persona è importante per Dio: non importa se non andassero in chiesa o no! … A quei tempi anche la “carità” spesso era un strumento educativo, a torto o a ragione, per far senti­re una persona dentro o fuori la comu­nità.
  • Le ore di preghiera in chiesa, anima del suo essere pastore, davanti all’uni­co vero Pastore, esprimevano la fiducia più nella potenza di Dio che nei mezzi umani:alcuni episodi di suoi interventi ritenuti miracolosi, testimoniano la sua fede nell’intervento di Dio nelle vicen­de umane.
  • La forza e la convinzione nel portare avanti il canto corale per esprimere la lode a Dio: quella di cantare con gioia al suo Signore è una delle esperienze più belle di chiesa!
  • La povertà personale, al limite della trascuratezza: altro che la cura di sé e della propria immagine tanto di moda oggi!
  • La intransigenza di fronte alle esigen­ze morali dei comandamenti e del Vangelo … Una fermezza che passava dalla sua persona, prima che chiederla agli  altri….
    Il tutto sotto lo sguardo e la protezio­ne del grande santo lottatore contro il male, s. Giorgio….

Sono alcuni tratti che mi hanno fatto pensare.. .  Sono tratti di un  prete del passato o quelli di un prete profeta (senza atteggiarsi a tale), di cui c’è bisogno più che mai oggi? 

Grazie don Vincenzo, perché insieme al Vangelo e a Papa Francesco, mi fai ripensare il mio essere prete…Ma poni interrogativi anche su che cristiani siamo e quale chiesa formiamo oggi: il Sinodo diocesano che coinvolge­rà le nostre comunità, sarà l’occasione per aprirci all’azione dello Spirito Santo e lasciarci guidare nei sentieri del mondo con un cuore rinnovato.

Don Sergio 

 

Dal bollettino della comunità parrocchiale di Talamona

Condividi