folclore bemino Canzone tradizionale
"Paesel di Bema"

Generalmente, quando sentiamo parlare di folclore, il nostro pensiero si focalizza sulle feste, balli, canti e divertimenti, o più genericamente, su tutti quegli aspetti ludici inseriti nelle tante manifestazioni e sagre che si svolgono un po’ ovunque. Facendo un esame più attento approfondito del termine folclore, scopriamo che questa parola ha un significato ben più ampio e profondo del solo lato giocoso; per l’esattezza, il folclore rappresenta l’insieme di credenze, di tradizioni, di narrazioni, di detti e arte popolari che dalla notte dei tempi, in ogni paese vengono tramandati di generazione in generazione. Pertanto, quando si parla del folclore Bemino, si vanno ad analizzare gli usi e i costumi di una vita tipicamente contadina che di anno in anno si ripetono con l’alternarsi delle stagioni. Come è successo nella maggior parte dei borghi montani, causa principale lo spopolamento e secondariamente il cambio graduale dello stile di vita quotidiano, purtroppo, tante di queste antiche tradizioni non “sono più alla moda”, parecchie di queste sono presenti solo nella memoria di qualche persona anziana e a noi rimane solo la loro preziosa testimonianza che di tanto in tanto, con le loro semplici parole ci trasmettono. Per cercare di tenere vivo il ricordo di queste tradizioni e per il profondo rispetto della memoria dei nostri Avi che le osservavano scrupolosamente, La Pro Loco Bemina, durante le manifestazioni che organizza nell’arco dell’anno e in particolare durante il giorno della Madonna (seconda domenica d’agosto) e la più celebre sagra dei funghi che cade ogni anno la seconda domenica di settembre, mette in primo piano la rappresentazione di queste tradizioni. In quest’occasione, con la partecipazione di tutta la popolazione, vengono allestite negli angoli più suggestivi del paese delle mostre che ci riportano per un attimo indietro del tempo, quella degli antichi utensili che venivano utilizzati per il lavoro dei campi rappresenta la fatica e il sudore di chi all’epoca li ha usati, l’esposizione degli attrezzi dei boscaioli ci mostrano la differenza con quelli utilizzati oggi, il museo dei campanacci ci collega alle malghe di mucche e capre che al tempo popolavano i nostri monti, la dimostrazione casearia ci mostra il funzionamento della latteria, le gallerie fotografiche che riprendono la Bema di un tempo, la mostra pittorica, la rappresentazione in miniatura degli attrezzi usati per la pastorizia e l’esposizione delle sculture in legno del nostro compianto artista Mario sono il lato artistico della Bema attuale. I tanti punti di assaggio dei prodotti tipici locali sono per la curiosità e il palato dei visitatori. Tutto ciò fa parte dell’ormai famoso “giro dei cantun”. Il percorso che si snoda lungo la parte più antica del paese è completamente adornato a festa ed è allietato dalla musica dei Valtellina Folk, loro rappresentano l’attuale folclore musicale Bemino e per l’occasione cantano le loro canzoni più caratteristiche.
Questo è quello che, tramite la Pro Loco e con l’impegno di molti, si è riuscito a conservare ma è ben poca cosa se paragonato agli usi e costumi e gli avvenimenti folcloristici dei nostri Avi che, come accennato sopra, si susseguivano con il trascorrere dei mesi. Le attività che si possono definire folcloristiche erano molte alcune delle quali, molto curiose. Elencarle tutte mi dilungherei a dismisura, pertanto, iniziando dal mese di gennaio in avanti citerò alcuni flash di quelle più curiose.
Il trasporto della legna dalla pineta al paese si faceva con una grande slitta, si scendeva lungo “la strada griscia” (strada selciata) che, dopo un’abbondante nevicata, aveva l’aspetto di una pista da bob. Durante le lunghe serate invernali era abitudine “andare in villa” , ci si riuniva nella casa di un parente o un amico, le donne filavano la lana con la rocca e il fuso, la ritorcevano con il carrello, la avvolgevano con un attrezzo detto “asp” i bambini ascoltavano come estasiati, le fantastiche storie raccontate dalla nonna o da una zia, il ritorno a casa sotto una fitta nevicata aveva del fantastico. Fare il bucato d’inverno era a quel tempo quasi epico, i panni venivano messi in ammollo nell’apposito mastello di legno pieno di acqua bollente mista a cenere, trascorso il tempo necessario e diverse rimestate, per il risciacquo i panni si portavano al lavatoio con un grande bagnino di zinco caricato su un apposito gerlo, le donne che facevano questo lavoro si portavano un secchiello di acqua calda dove di tanto in tanto immergevano le mani per evitare il congelamento. Durante il carnevale si organizzavano delle divertenti e goliardiche mascherate, lo scopo principale era mantenere l’incognito, per camuffare la voce si parlava tenendo in bocca un curioso strumento chiamato civetta, alcuni che lo usavano con abilità, si capivano benissimo anche con la voce camuffata. Marzo e aprile erano mesi intensi di attività per i ragazzi. A gruppi si andava “in calenmars”, i ragazzi percorrevano la campagna in lungo e in largo suonando i campanacci e il corno. L’origine di questa usanza si perde nella notte dei tempi ma in alcuni paesi si fa ancora, a Bema si diceva che così facendo, si andava a svegliare la campagna dal lungo sonno invernale, si chiamava l’erba, si dice che fosse anche una specie di rito propiziatorio per i prossimi raccolti. I ragazzi avevano anche l’incarico di recapitare il desinare alle persone che lavoravano nei prati un po’ lontani dal paese, durante l’intervallo scolastico, appena inghiottito l’ultimo boccone di polenta, partivano di volata con il fagotto in mano, il contenuto, oltre l’immancabile polenta, novantanove volte su cento era cotechino e patate arrosto. Per il periodo pasquale, durante il quale le campane devono restare mute, per i ragazzi c’era il compito si annunciare le funzioni religiose, per farlo usavano un attrezzo di legno molto curioso, girando una manovella, venivano azionati dei martelletti e delle palette che battendo velocemente sulla base di legno emettevano un forte crepitio da cui il nome dell’attrezzo “tric e trac”. Un lavoro curioso di quel periodo era l’approvvigionamento di foraggio. Su tutto il crinale che dal pizzo Berro arriva alla Bochetta di Agucc cresce un’erba che in dialetto si chiama “scergnun”, dal mese di maggio in poi chi era a corto di fieno andava a falciarlo e lo trasportava con la gerla fino alla baita dove erano ricoverate le bestie. All’inizio di giugno era la volta dei “cargaduur de munt” Caricatori d’alpe, un lavoro faticoso e impegnativo ma con una bella dose di fascino e di prestigio. “Ul di da pesa” Cosi veniva chiamato il giorno nel quale i caricatori di monte pesavano il latte delle mucche che gli erano state affidate, i proprietari delle bestie erano invitati ad assistere all’operazione che stabiliva la quantità di formaggio Bitto che gli sarebbe spettato a fine stagione. Ultimati i lavori della prima fienagione, molte persone si dedicavano a uno “sport” faticoso e alle volte anche molto pericoloso a causa dei siti impervi nei quali veniva praticato. La gente di quel tempo usava andare a fare fieno di bosco, molti sono stati gli incidenti causati da questo lavoro alcuni dei quali sono addirittura costati la vita. Nel mese di agosto erano concentrate le feste nelle quali era consentito fare anche un po’ di baldoria, La Festa della Madonna era il culmine dei festeggiamenti, per l’occasione tutti indossavano il vestito della festa, per gli uomini era di rigore la camicia bianca e cravatta. La funzione religiosa celebrata da tre preti “Messa in terz” vedeva la partecipazione di tutto il paese e di parecchi visitatori che dai paese vicini venivano per l’occasione. Seguiva la processione, gli uomini della confraternita indossavano un bellissimo abito rosso scarlatto e le donne il velo. Sulle terrazze, nei balconi e alle finestre delle case che si affacciavano sul percorso della processione venivano esposte lenzuola matrimoniali bianche o trapunte colorate, non ho trovato testimonianza certa da nessuna parte ma una leggenda recita che questa tradizione fosse praticata per chiedere alla Madonna il dono della fertilità. Al termine della funzione religiosa, sul sagrato della chiesa veniva venduta all’asta la merce raccolta durante la questua che si faceva per l’occasione. Nel pomeriggio della domenica i canti e i balli non si contavano più. All’epoca a Bema c’erano tre osterie ( Gavazzi, Isabella e il Circolo). Le fisarmoniche del Pepin, e del Marco si alternavano a quelle del Gidio e del Miglio, ad accompagnate c’era sempre la chitarra o il trombone del Gennj alle volte suonava anche il Luis (lui però preferiva ballare). I suonatori suonavano un po’ in ogni osteria e la festa continuava fino al mattino successivo. Durante le brevi pause delle fisarmoniche dei gruppi intonavano delle canzoni fino alla ripresa della musica. Alle prime luci dell’alba, quando suonatori e ballerini si arrendevano esausti e andavano a dormire il gruppo dei più tenaci percorreva tutta la via centrale del paese cantando a squarciagola. A settembre, quando il bestiame tornava dai monti quasi tutto il paese si trasferiva nelle baite “fuori porta”. Erano le seconde case di quel tempo alcune delle quali migliori delle abitazioni in paese. I mesi autunnali erano dedicati ai raccolti e ai lavori dei campi, non succedeva nulla di straordinario ma era tutto insolito se paragonato alla vita del nostro tempo, un esempio su tutti: dopo la raccolta della castagne, i grandi castani che c’erano un po’ ovunque sotto il paese venivano “perticati”, bisognava salire sull’albero muniti di una lunga pertica e farla ondeggiare energicamente tra i rami in modo da far cadere gli ultimi ricci ed eliminare i ramoscelli secchi. Dopo S. Andrea che cade il 30 di novembre chiunque poteva andare nella campagna a raccogliere tutto quello che trovava senza il timore di essere rimproverato, questa usanza si definiva “andà in rusp” . Molte cose ci potrebbero raccontare ancora sul folclore Bemino, per chi desidera conoscerne i dettagli venga a trovarci durante le feste organizzate dalla nostra Pro Loco, troverà sicuramente qualcuno che lo ascolta e nel limite del possibile soddisfa la sua curiosità.

Donato Passamonti, "uno di Voi"

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Sagra dei funghi 2010